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IL LAVORO NON E’ UN DIRITTO

Pubblicato da Gianni su 25 Gennaio 2011, 19:05pm


Ormai penso che lo abbiate capito tutti: il lavoro non è un diritto.
Il lavoro è una concessione, un privilegio regalato dal sovrano al suddito in cambio di assoluta fedeltà ed abnegazione.
Ed essendo un privilegio, può essere concesso e ritirato dal sovrano in qualsiasi momento.
Per sovrano si intende lo Stato. Per Stato si intende il sovrano. Insomma è il governo di turno. Che all’attualità sapete chi è.

Hobbes, filosofo del 1600, sosteneva che l’uomo, allo stato di natura, si comporta come un lupo che combatte con gli altri lupi per difendere se stesso ed i propri averi anche a costo della vita.
Ecco che allora, per evitare una strage, l’uomo ricorre ad un patto: rinuncia ai propri diritti (mors tua vita mea) e li consegna al sovrano che in cambio assicura la pace e l’autoconservazione della specie.

Lo Stato, in definitiva, è il risultato di questo patto stipulato reciprocamente tra gli individui in favore del sovrano.

Ora, siccome al suddito, per vivere in pace, serve anche qualche cosa di soldi, la nostra Costituzione, che non è scema, comprendendone e riconoscendone l’importanza formale, ha piazzato il lavoro al 1° posto. Infatti:

Art. 1  L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Ma è vero? Ci credete? Ne siete convinti?
Vostra moglie vi ama veramente? O magari vuole solo che portiate i soldi a casa?
Vostro marito vi ama veramente? O a lui basta soltanto qualche coccola e un po’ di … attenzione?
Ci resta molto male il bambino quando scopre che Babbo Natale, in cui aveva creduto sino ad allora, è mamma e papà!
A quante cose siamo costretti a credere!

L’unica cosa irrinunciabile, oggi, è una fonte di reddito che permetta di soddisfare i bisogni fondamentali.
Il diritto di fare un lavoro che ci consenta di vivere in pace, evitando di rubare e di ammazzare il prossimo, si è trasformato in un privilegio che viene concesso solo a chi riesce a dare prova di saperselo meritare.

Lo Stato usa il lavoro dipendente per ricattare i sudditi concedendolo solo ai più fedeli.

Per avere un lavoro devi sottometterti senza condizioni al datore di lavoro, ai suoi interessi, assecondandone umori e voglie. Il datore di lavoro, a sua volta, dovrà corrispondere altrettanta fedeltà al suo livello più alto risalendo, in tal modo, ai vertici della piramide, ai politici, al Governo.
Il Governo insomma, attraverso i suoi fedelissimi politici ed amministratori, concede appalti e lavori agli imprenditori fedeli che, a loro volta, lo concedono ad altri ancora più fedeli che, a loro volta, assumono persone di comprovata fedeltà.
La fedeltà al padrone si estrinseca in tanti modi.
La prima manifestazione di fedeltà è il voto.
Non basta esser schiavi, devi anche votarlo il tuo padrone!
Altrimenti ti toglierà il lavoro. E tu morirai.
Il vero voto di scambio! Io do la vita a te e tu obbedisci ciecamente a me.

Il libero mercato e la globalizzazione hanno poi fatto il resto estendendo la validità di tali principi a tutto il mondo. Ormai siamo tutti schiavi del lavoro, siamo tutti sotto ricatto.


IL padrone si è trasformato da sfruttatore in benefattore. Il lavoratore è il suo beneficiato.
Lo stipendio non è più un compenso ma una mancia regalata da qualcuno che, in qualsiasi momento, può decidere di non dartela più e di smontare il capannone e rimontarlo in qualche altra parte del mondo. A “beneficiare” qualcun altro.  La delocalizzazione.

Mentre il lavoro è sempre più sottopagato, il cibo ed i mezzi di sostentamento sono sempre più costosi.
Il povero è condannato a restare povero perché guadagna poco e spende troppo. E’ in trappola. Non può scappare. Se vuole vivere, deve accettare la schiavitù.
E, come uno schiavo, deve continuamente combattere, resistere, tra sangue e sudore, chinando la testa e lavorando.  Sempre che non schiatti prima della pensione o gli venga un infarto, durante i saldi, al centro commerciale o mentre si affanna al telefono per tentare di vincere il quiz a premi in tv.
Aggiungasi a tanto che, quale ulteriore e definitivo atto di fedeltà e sottomissione, il lavoratore deve continuare a metter su famiglia sposandosi e facendo figli.
Per assicurare al padrone altri schiavi freschi freschi. Il ricambio di mano d’opera.
La famiglia come magazzino ricambi.
Ecco perché questo blog è intitolato “incatenati dalla schiavitù del lavoro”.

E siccome parlare serve a ben poco, appena ne avrò voglia  parlerò delle possibili soluzioni a questa e ad altre schiavitù.
A modo mio, naturalmente. Ma, soprattutto, senza nessuna fretta.
Adesso ritorno di corsa a trainare il carro. Devo recuperare il tempo perduto.
Mi stanno spiando … sono sicuro …..

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