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IL TEAM

Pubblicato da Gianni su 13 Marzo 2011, 09:12am


Non amo lavorare in team e, per fortuna, il lavoro che faccio non lo richiede espressamente.
Ma, ogni tanto, è successo anche a me ed allora ho dovuto, mio malgrado, far parte della “squadra”, del “gruppo”.
Non sono affatto un tipo solitario e taciturno, sono allegro e mi piace socializzare, loquace e pieno di verve.
Ma, come dire,  mi piace socializzare ad un certo livello o, comunque, in qualsiasi modo purché non si debba gareggiare.
Non mi piace la competizione, l’ostentazione delle proprie abilità, l’esibizione dei propri saperi, il tendere trappole al collega, cercare di conquistare l’altro sesso con lo sguardo fico o fare matematicamente il simpatico con la più bona di tutte che non ti si fila proprio per niente perché vuole mettersi col capo supremo.
Perché a questo, alla fin fine, si riduce un gruppo di lavoro.
Ad un campo di rugby in cui, dopo l’inno nazionale, le strette di mano e le pacche sulla spalla, ci si assesta dei bei calcioni negli stinchi e, se capita, ci si spezza volentieri una gamba.
La prassi ormai è consolidata.
Il mega capo, che non capisce mai niente ed è sempre tonto come una capra, sceglie i tipi che secondo lui sono quelli più adatti a formare il team e li nomina come all’isola dei famosi. In seguito gli basterà mettere zizzania tra gli elementi del gruppo un giorno si ed uno no per metterli in competizione tra di loro ed assicurarsi il massimo rendimento.
Questi che la mattina arrivano in ufficio come dei marines che sbucano dall’acqua in tuta mimetica e con il coltello tra i denti pronti a sbranarsi con un bel sorriso ebete stampato in faccia.
Prevedibili come il tuono dopo il fulmine.


Le femminucce, dopo i primi giorni trascorsi a scambiarsi ricette ed assorbenti, cominciano a formare piccole squadre per finire, piano piano, a tessere ognuna la propria rete per accaparrarsi il maschio dominante di turno da esibire successivamente come trofeo alle altre a cui raccontare tutti i particolari intimi degli amplessi consumati nella stanza della fotocopiatrice abbandonata.
Si comincia con i sorrisetti, poi si passa all’amicizia su facebook fino al caffè insieme tutti i giorni. Infine il colpo di grazia. Mentre non te lo aspetti ti si avvicina e appoggia “per caso”, con “nonchalance”, un seno caldo sulla tua spalla per indicarti che il grafico a torta è meglio non farlo perché con l’istogramma 3d si evidenzia meglio l’obiettivo conseguito. A quel punto sei fritto!
Quella bella terza taglia coppa C abbondante con un capezzolo duro come un chiodo da 9 mm. ti ha già bucato il cervello.
Gli ormoni ti partono come un embolo e ti suicidi lanciandoti da solo come un cretino nella sua rete ormai incapace di intendere e di volere.
Il team intanto va avanti. Le storie ormai sono partite. Dopo un mese ci sono già le due fazioni di riscapoli e riammogliati.
Quelli non selezionati come titolari per il bunga bunga principale restano in panchina come riserve a fare da sfogatoio a Marina che parla male di quella zoccola di Rosa che, all’improvviso, sculettando appare sulla porta sfoggiando l’ennesimo tailleur di camomilla preso in saldi l’anno prima: “Ragazzi chi viene a mangiare la pizza con noi? “. Tutti ad alzare la mano “io, io, io…”
Dove lavoro? Non ve lo dico.
Cià cià cià!

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